logo sport in movimento 1Il DPCM del 3 novembre 2020 conferma, grosso modo, le limitazioni allo svolgimento delle attività sportive e culturali poste con il precedente DPCM del 24 ottobre. In virtù di tali limitazioni, molte palestre, piscine e centri sportivi in genere hanno chiuso battenti, con la prospettiva di una riapertura non proprio immediata.

Ciò ha portato, nel Salento, alla costituzione di “Sport in movimento”: un movimento appunto di operatori del mondo sportivo fortemente critici verso le restrizioni governative che non terrebbero conto dei danni economici inferti alla categoria.

Il portavoce del neonato movimento è l’avv. Vincenzo Russo, che abbiamo sottoposto ad una breve intervista.

D: Avv. Russo, che cosa il mondo dello sport rimprovera alle scelte politiche del governo?

R: Il governo assimila innanzitutto erroneamente palestre, piscine, centri benessere e centri sportivi in genere a centri culturali, centri sociali e centri ricreativi. Esso compie cioè un clamoroso errore di prospettiva, guardando allo sport con l’occhio di chi pratica queste attività principalmente per svago. Per svago infatti è possibile andare in palestra, in piscina, ma anche ad centro culturale o ad un centro ricreativo. In quest’ottica le limitazioni imposte potrebbero apparire già più accettabili, poiché finalizzate a sacrificare attività di non primaria importanza. Ma adottando invece una prospettiva differente, ci si accorge che le limitazioni imposte determinano la sospensione di attività lavorative: in tal modo, si sta impedendo quindi di lavorare a milioni di persone in tutta Italia. E questo non è accettabile.

D: Il Covid però è presente e minaccioso: sarebbe saggio secondo Lei aprire queste attività come se nulla fosse?

R: Gli operatori del mondo dello sport non chiedono l’apertura assoluta delle loro attività. Chiedono invece di poter aprire nel rispetto di determinati protocolli concordati con le competenti autorità politiche e sanitarie, ossia con entrate contingentate, obbligo di mascherine, aereazione dei locali, disinfezione di attrezzi e macchinari, nonché di ogni altra misura idonea a consentire la pratica sportiva in condizioni di un certo livello di sicurezza.

D: Ci sono però zone in cui i contagi sono particolarmente elevati.

R: Così come ci sono, però, zone con un numero di contagiati molto basso. Un altro errore che – a mio avviso – compie il governo è infatti proprio quello di trattare in maniera uguale situazioni diverse. Sarebbero auspicabili invece misure differenti da regione a regione. Inoltre, proprio perché la battaglia al virus sembrerebbe essere ancora piuttosto lunga, sarebbe il caso di prevedere misure che permettano di “convivere” con il Covid-19. In altre parole, sebbene il lockdown rappresenti sotto l’aspetto scientifico una misura idonea ad abbassare la curva dei contagi, esso è parimenti una misura assolutamente non sostenibile sotto l’aspetto lavorativo, economico, sociale e psicologico. Bisognerebbe allora guardare al lockdown come extrema ratio da utilizzare in maniera localizzata e per brevissimi periodi di tempo, propendendo invece, come regola generale, per la stesura di protocolli che consentano lo svolgimento di ogni attività lavorativa in condizioni minime di sicurezza ed effettuando poi controlli per verificare il rispetto delle regole: la sanzione della chiusura, dunque, dovrebbe scattare soltanto verso coloro che violino le regole.

D: Il rispetto dei protocolli richiederebbe non solo controlli, ma anche responsabilità.

R: Certamente. E la responsabilità è già stata dimostrata. Dallo scorso giugno e fino alla sospensione imposta con il DPCM del 24 ottobre, il mondo dello sport ha investito in sicurezza ed operato nel rispetto dei protocolli esistenti, con il risultato che nessun focolaio di contagio è scoppiato nelle palestre, ed anzi nei centri sportivi il numero di contagiati è risultato essere praticamente irrisorio.

D: Il governo però ha previsto dei ristori per queste categorie penalizzate di lavoratori.

R: I lavoratori del mondo dello sport sopportano elevatissime spese di gestione dei propri impianti. Al netto di queste spese, mensilmente gli stessi hanno la necessità di ottenere un guadagno che permetta a loro ed alle loro famiglie di condurre una vita dignitosa. La previsione di un ristoro una tantum non può essere quindi sufficiente a supplire alle necessità economiche di questa gente. Peraltro, i lavoratori del mondo dello sport, come del resto tutti i lavoratori, non vogliono elemosine, doni o elargizioni dall’alto: vogliono semplicemente essere messi nelle condizioni di poter lavorare, che è peraltro un loro diritto garantito dalla Costituzione.

D: Un messaggio per concludere?

R: Semplicemente un auspicio: che il governo torni sui suoi passi tutelando maggiormente i lavoratori del mondo dello sport che, ad oggi, sono ingiustamente trattati dalla normativa emergenziale come lavoratori di serie B.

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