C’è stato un tempo, non lontanissimo, in cui la tecnologia automobilistica italiana faceva scuola.Le Ferrari dominavano in Formula 1, la Lancia collezionava titoli mondiali nei rally e le Fiat erano all’avanguardia nel segmento dell’automobilismo di massa, se è vero che l’allora amministratore di VW – davanti alla prima “128” – ammettesse “Noi tedeschi non riusciremo mai a fare auto così”.

È poi successo che abbia prevalso il ramo della famiglia Agnelli che intendeva privilegiare il settore finanziario rispetto a quello industriale. Le conseguenze di quella scelta sono evidenti: non si possono sostituire la passione e la cultura motoristica con la sola competenza finanziaria, senza subirne contraccolpi.

Quello che era il maggior gruppo nazionale ora è guidato da un amministratore che di italiano ha solo il cognome, perché ha lavorato sempre tra Canada e Stati Uniti e risiede nel cantone svizzero di Zug, il più ricco ed il meno avido di tasse della confederazione. Le sue capacità manageriali si sono esplicate principalmente nella chiusura di alcuni stabilimenti, nella “ricollocazione” (oggi si chiama così il licenziamento, con pudica ipocrisia) di qualche migliaio di operai e nel trasferimento di sedi, operativa in Olanda e finanziaria a Londra. Poco o nulla nell’innovazione e nella ricerca.

Cristallizzata la gamma di modelli, copie conformi di auto americane inappetibili per il palato esigente degli automobilisti europei, salvo rare eccezioni riservate ad un ristretto gruppo di fortunati possessori di Maserati e Ferrari; logicamente in calo le vendite e la percentuale di penetrazione nel mercato.

La morale del racconto spiega certa politica contemporanea. Se la gestione della cosa pubblica è nelle mani di usurai e feticisti delle tasse, la crisi è inevitabile. Forse è quello che qualcuno ha programmato e voluto, ma questo è un altro discorso.

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