whatsapp image 2021 04 13 at 08.41.20Oggi voglio raccontare una storia, una storia di ordinaria ingiustizia, una delle tante, non la mia, ma quella di mio padre, classe ’48. Oggi, a distanza di un anno dall’inizio di questa pandemia finalmente, seppur in ritardo, è il suo turno per la somministrazione della prima dose di vaccino. Oggi 26 aprile 2021 alle 9,50 siamo in fila insieme per raggiungere quel diritto così tanto atteso. Un diritto che ad oggi sa più di abbracci mancati a nipoti e figli, di telefonate lontane che non hanno il dono della presenza, un diritto che sa che di paura, reclusione e dolore, per chi come mio padre ha perso un fratello in dieci giorni a causa del Covid. Siamo lì insieme al centro polivalente in via Don Bosco a Galatina e sin da subito capisco che non sarà un buongiorno il nostro.

“Mi scusi Signora, ma suo padre non risulta in elenco, deve tornare in farmacia dove ha fatto la prenotazione e lì le diranno cosa fare”. Insieme al volto sgomento di mio padre, tanti altri volti in fila come il suo sono nella stessa situazione, il più dei quali soli, non tutti hanno la fortuna di aver figli disoccupati come il mio.

Torniamo in auto, mio padre inizia ad agitarsi, lo sono anch’io, ma bisogna rimanere calmi, un diritto è un diritto e tutto si risolverà, gli dico. Di corsa arrivo in farmacia, lui mi aspetta in auto, o meglio ci gira intorno per tutto il tempo. Verifico la prenotazione. “È tutto ok signora, ritorni al centro polivalente, non si capisce perché rimandano indietro le persone con tanto di prenotazione, noi dai qui più che stamparne un’altra identica non possiamo fare”.

Torniamo al centro, nel frattempo la protezione civile fa su e giù per cercar di risolvere il problema, i prenotati non in lista aumentano e inizia il malcontento e lo sgomento generale. “I prenotati non in lista da questa parte”, su e giù di gambe e poi, “i prenotati non in lista vengano con me, un medico li attende per parlarci”. Inizia la processione dei disperati al seguito dell’operatore di protezione civile che ci conduce in una stanza.

“Guardate sarò franco con voi, stanno combinando un casino con queste vaccinazioni, perché l’unica cosa che conta e far passare il messaggio che le vaccinazioni stanno procedendo. Non siete in lista perché le vaccinazioni si stanno sovrapponendo, non ci sono dosi previste per voi, ma ci sono 100 dosi di AstraZeneca che se volete possiamo farvi. Proprio stamattina abbiamo ricevuto una circolare che la classe 60-70 anni”, bla bla bla… non presto attenzione, la rabbia prende il sopravvento, mio padre ha 73 anni, diabetico, cardiopatico, ex soggetto oncologico, assume farmaci anticoagulanti e non può fare l’AstraZeneca. Chiedo parola, comunico quanto appena ho riportato al medico e il suo sguardo appena capisce che non può fare quel vaccino volge altrove, avanti il prossimo, caso risolto, grazie e arrivederci. Nessuno in quella stanza ha detto Signor Bellone, prendo nota del suo nominativo, la richiameremo a breve per fissare un altro appuntamento e ricevere la dose di Pfizer a cui ha diritto, ci scusi per il disagio, ma il suo diritto è al sicuro.

Usciamo da quel centro, il volontario della protezione civile ci scorta mortificato, rientriamo in auto e mio padre inizia a piangere e mi dice” portami a casa, non voglio fare più niente” e lì mi dico “ecco questa è la risposta che il 99% dei “bravi” cittadini davanti alla violazione di un diritto hanno, l’impotenza, la rinuncia, ma io sono o no una disoccupata per giusta causa, sono o no parte di quell’1% che non ci sta più a subire le ingiustizie senza dire nulla. Quel “così vanno le cose” impotente, sordo, oggi non sarebbe stato muto, perché siamo noi a scegliere di subirlo, novantanove volte su cento.

Lo riporto a casa e inizio a muovermi, chiamo il medico di famiglia, racconto l’accaduto alla segretaria che mi dice, “non è possibile, io prendo il nominativo di tuo padre, ma non so se e quando riuscirà a fare il vaccino, lui per età e patologie ha diritto a Pfizer e noi per ora abbiamo ultimato le liste di prenotazione e non so se ce ne saranno altre, ci sarebbe da chiamare i carabinieri”.  Carabinieri, parola sentita già più volte nel corso della giornata. Torno al centro polivalente, scettica, ma convinta di volerci veder chiaro. Chiamo tre volte il 112 per richiederne l’intervento, nessuna risposta. Mi rimetto in auto e vado alla stazione dei carabinieri di Galatina, trovo ascolto e comprendo di non esser la prima ad esser ascoltata lì per questioni legate al vaccino, ma l’unica strada percorribile con loro è la denuncia, il coinvolgimento di un avvocato e probabilmente alla risoluzione dell’ingiustizia mio padre sarà già morto di morte naturale. Oppure, altra strada proposta dai carabinieri, è scrivere il mio reclamo nella sezione online prevista dalla Regione Puglia relativa ai disservizi sanitari. Uno di quei servizi in cui nella migliore delle ipotesi la risposta è “Gentile cliente, attualmente tutti gli operatori sono occupati la preghiamo bla bla bla…”

Ci sarà un garante per il diritto alla salute? Inizio a cercare informazioni e scopro che esiste. Wow esiste! La figura del Garante per il Diritto alla Salute è stata istituita nel nostro ordinamento dall’art. 2 della legge 8 marzo 2017, n. 24 “Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie”, meglio nota come legge Gelli, non Licio Gelli, che quella pure è un’altra storia tutta italiana.

Il difensore Civico, nella sua funzione di garante per il diritto alla salute può essere adito gratuitamente da ciascun soggetto destinatario di prestazioni sanitarie per la segnalazione di disfunzioni del sistema dell’assistenza sanitaria. Sale quel minimo di entusiasmo necessario, ma prima di cantar vittoria, cose del tipo basta un poco di zucchero e la pillola va giù, scopro che tale figura, quella del Garante, è nella realtà un centauro, un ippogrifo, una creatura leggendaria annoverata nella mitologia classica, giacché solo 3 Regioni su 20 risultano aver dato attuazione a tale figura. E la Puglia? No, in Puglia per inciso pare non sia operativa neanche la funzione del Difensore Civico, pur istituito da legge regionale nel 1981. Pare non sia necessaria, pare che il principio del “così vanno le cose”, di cui sopra, sia un ottimo regolatore delle controversie e che questo basti a sentirsi tutelati nei propri diritti.

Volete sapere com’è andata a finire la storia per ora?

Mio padre, risulta formalmente rinunciatario del vaccino, non può richiedere un’altra prenotazione in farmacia e, a meno che il medico di famiglia non riapra la sua lista interna quando e come non si sa, sarà l’ennesimo caso di privazione di un diritto. Ma è un uomo fortunato, ha una figlia disoccupata che aveva tempo da perder per raccontare questa storia, per lui e per tutti quelli che come lui conoscono solo il verbo del “così vanno le cose e così devono andare”

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