no taglio parlamento 1Gentile Direttore, caro Tommaso,

da cittadino e da studioso (prima che il mio percorso professionale prendesse altre strade) di diritto costituzionale mi sento in dovere di condividere con te e con i tuoi lettori alcune riflessioni in merito ad un tema tanto cruciale, per la qualità della nostra democrazia, quanto sottovalutato dai territori, soprattutto quelli invasi in queste settimane da volti sorridenti che chiedono il nostro voto in vista delle elezioni regionali.

Mi riferisco al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre, attraverso il quale i cittadini italiani sono chiamati a confermare la riforma costituzionale che punta a ridurre il numero dei parlamentari (da 945 a 600).

Mi permetto di mettere in fila alcune ragioni che, a mio modo di vedere, dovrebbero indurre i cittadini italiani a votare convintamente “no” a questo referendum; in larga parte le medesime evidenziate, in un appello rimasto ampiamente inascoltato, da circa 200 costituzionalisti e accademici italiani.

Al di là dei contenuti, questa “riforma” costituzionale tradisce un difetto originario già nelle premesse di fondo. È infatti un intervento costituzionale che non nasce da una genuina esigenza di natura costituzionale e non si caratterizza per un ampio e articolato dibattito di merito. Al contrario, scaturisce da una serie di voti parlamentari in cui a fasi alterne quasi tutti i partiti si sono visti costretti a votare positivamente per una “ragione di Stato” non particolarmente nobile, vale a dire la necessità di salvaguardare alleanze di governo molto diverse tra di loro ma ugualmente edificate su questo pilastro. Questa premessa è importante per individuare un primo grande elemento di debolezza, che ravviso proprio nell’errore metodologico di subordinare una revisione del sistema delle regole della nostra democrazia alla contingenza politica del momento. Come se la nostra Costituzione, e con essa il suo delicato sistema di pesi e contrappesi, non debba essere posta su un piano separato rispetto alle sorti di un governo o di una legislatura.

Sempre sul terreno delle premesse di metodo, ritengo inaccettabile aver contribuito ad un dibattito “punitivo” che pone la riduzione dei membri del Parlamento in un rapporto di causa-effetto rispetto alla scarsa qualità della classe politica del nostro Paese. Secondo questo assunto, ahimè molto diffuso anche nel sentimento comune della gente, dato che oggi i “politici” sono scadenti o poco produttivi, allora a pagarne le conseguenze deve essere l’istituzione parlamentare nel suo complesso. Ragionamento rozzo e altamente pericoloso, specie se applicato (come detto) al sistema di regole e principi che governa la nostra democrazia.

Avventurandosi nel merito delle questioni, il convincimento rispetto al “no” non può che aumentare. Mi limiterò ad un paio di ulteriori osservazioni.

Secondo alcuni questa “riforma” garantirà maggiore efficienza al Parlamento, ma non è dato sapere come un taglio lineare dei parlamentari potrebbe contribuire al suddetto obiettivo, a maggior ragione considerando che non si interviene nè sul bicameralismo perfetto, nè sui regolamenti parlamentari, nè su altre criticità a più riprese evidenziate dalla dottrina e dalla giurisprudenza costituzionale. Anzi, mi permetto di dire che potrebbe verificarsi esattamente il contrario, con commissioni parlamentari decimate (tra taglio, parlamentari che ricoprono incarichi di governo e impegni istituzionali) e destinate alla paralisi dei lavori anche con pochissime defezioni.

Ancora, il taglio lineare produce di default un effetto distorsivo iper-maggioritario, riducendo drasticamente gli spazi di rappresenza elettiva per le minoranze. Anche eventuali correttivi che dovrebbero (condizionale è d’obbligo) aggiungersi in corso d’opera, come l’adozione di una legge elettorale interamente proporzionale, non sono sufficienti. La disciplina elettorale nel nostro ordinamento è affidata alla legislazione ordinaria, ed è dunque facilmente modificabile nel corso del tempo (tanto da essere una materia su cui si interviene frequentemente, in Italia). Ritenerlo un contrappeso apprezzabile a fronte di una riforma costituzionale è quindi quantomeno generoso.

Infine, l’aspetto che più mi preoccupa. La contrazione dei seggi avrà effetti sulla rappresentanza territoriale. Interi territori (in taluni casi diverse province e centinaia di comuni di piccole, medie e grandi dimensioni) saranno “rappresentati” in parlamento da poche unità di parlamentari. In una società che sta riscoprendo l’importanza dell’essere “glocal”, anche attraverso una sana competizione tra i territori, è semplicemente folle pensare di ridurre l’eterogeneità delle istanze territoriali ad un paio di personalità parlamentari. Il Parlamento italiano negli ultimi due decenni è stato vistosamente privato della sua centralità sotto il profilo dell’attività legislativa (oramai schiacciata sul Governo). Limitarlo anche rispetto alla funzione di rappresentanza territoriale significa accelerare un percorso di marginalizzazione all’interno del nostro sistema istituzionale che, al contrario, andrebbe combattuto.

Per questa e per tante altre ragioni, mi auguro che i nostri conterranei sappiano valutare nel merito e con attenzione una tornata referendaria che è molto più importante, per la tenuta e per la qualità della nostra democrazia, di quanto si possa apparentemente immaginare.

Ti ringrazio per lo spazio che, con consueta cordialità e disponibilità, mi concederai.

Basico Estate2020

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