carmenQuanto vale la vita di una donna?!! Venti secondi di chiacchiere ben confezionate per un servizio di cronaca su una rete del servizio pubblico: passano davanti agli occhi le immagini della notte, in un bar di periferia dal nome “Primavera”, al primo piano, la padrona del bar affitta le camere da letto secondo una tariffa oraria. L’unico bar aperto dopo la mezzanotte anche fino al mattino. Dopo venti secondi esatti, solo dopo lunghi venti secondi, e la nostra mente ci mette molto meno per distogliere l’attenzione dai fatti,  arriva la notizia: dentro quel bar, di cui abbiamo già molte inequivocabili informazioni, nella notte tra il 4 e il 5 ottobre si è consumato un femminicidio.

Una donna di poco più di quarant’anni è stata accoltellata per mano di un uomo ed è stata uccisa... forse per aver rifiutato delle avances aggiunge la cronista. Accoltellata e uccisa per aver rifiutato delle avances da parte di un uomo, uno sconosciuto. Nell’intermezzo l’intervento della proprietaria del bar che afferma: “non sono i clienti che vengono da noi”. In chiusura un cenno alla vittima che si era rivolta ai servizi sociali, ma dall’Assessorato precisano che non era mai stata presa in carico.

Sarebbe bello riavvolgere la pellicola di quella orrenda notte e rivederti gioiosa che ti prepari per una serata in libertà, dopo aver lavorato tutta la giornata, di un lavoro precario certamente, ma è quello che ti permette di mantenerti e di garantire il necessario a tua figlia adolescente.

Ti vesti con cura, ti metti il rossetto e poi via per le strade della città per raggiungere le tue amiche con cui trascorrerai qualche ora spensierata. Ma quella notte succede qualcosa di terribile, la tua giovane vita si spezza dentro un bar per mano di un uomo, uno sconosciuto, non importa né la nazionalità né la professione che nel servizio sono ovviamente ben specificati.

La tua giovane vita di madre e donna finisce ai piedi delle tue amiche, colpite anche loro, per fortuna senza danni irreparabili, dalla furia omicida di un uomo.

Una notizia terribile che sconvolge la vita di una famiglia, di una comunità, una notizia che mi indigna per il modo con cui è stata confezionata e mandata in onda all’ora di pranzo, su una rete del servizio pubblico. Carmen si aggiunge alla lunga lista di donne uccise per mano di un uomo, oltre ottanta, in Italia, dall’inizio dell’anno. È evidente che ci troviamo davanti ad un’emergenza sociale che non è più tollerabile. Cosa possiamo fare per limitare questa ecatombe? A mio avviso, è necessario partire dal tema centrale della violenza sulle donne.

Tutte le casistiche raccolte nei vari Paesi parlano di un unico fattore di rischio: l’essere donna, non importa età o lo status sociale di appartenenza. Così come l’unico carattere distintivo del maltrattante è l’essere uomo. Nessuna ricerca ha rilevato specifici fattori come indicatori di rischio, per quanto riguarda la tipologia del violento e del maltrattante: né il gruppo etnico e lo status sociale né le condizioni economiche e culturali; non vi è una specifica condizione psicopatologica da imputare al violento o alla donna maltrattata.

Non è, dunque, possibile definire un identikit del violento o della vittima, a causa di quel carattere transculturale e trasversale della violenza che si mostra proprio nel fatto che da un lato, essa colpisce donne di ogni condizione e dall’altro è perpetrata da uomini di ogni tipo. La violenza contro le donne è fatta dagli uomini e come tale è prima di tutto una questione politica e culturale che, per essere affrontata, deve mettere in crisi l’equilibrio esistente dei rapporti di potere tra uomini e donne. La violenza riguarda un modo generale di espressione del ruolo maschile di sentirsi “potenti e capaci” nei confronti delle donne, indotte a percepirsi, ed essere percepite, come “deboli e incapaci”.

La violenza contro le donne, lungi dall’essere un problema di ordine pubblico e di città più sicure, è soprattutto un problema ideologico e culturale che deve porre all’attenzione pubblica non solo i fatti criminosi, ma anche i modi di vedere e valutare le donne, quelle idee che reputano “naturale” l’attuale squilibrio dei rapporti di potere economico, sociale e psicologico tra uomini e donne, e che sono ancora oggi fortemente presenti tra la gente comune, così come tra i tecnici, gli operatori sociali, tra chi ha responsabilità di governo e tra chi ha la responsabilità di mandare in onda un servizio giornalistico.

Scusaci Carmen se non abbiamo saputo ascoltare il tuo bisogno, se ancora viviamo in un Paese in cui una donna non è libera di vivere la propria vita senza il pericolo di essere ammazzata in quanto donna. La grande città, quella che ha rappresentato per generazioni e generazioni di nostri conterranei l’unica possibilità di sopravvivenza, non ha saputo accoglierti, non ha saputo rispondere alle tue richieste, trincerandosi dietro il linguaggio burocratico di una mancata “presa di carico”. Chissà quante Carmen tra noi, silenziose lavoratrici precarie nelle città di questo nostro Paese che fatica a guarire dalla piaga della violenza e del patriarcato.

Fai buon viaggio Carmen, dove sei ora è di sicuro per sempre primavera.

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