copertina rodiaUn titolo petrarchesco, né poteva essere altrimenti: Canzoniere, Artebaria, Martina Franca, ad una raccolta di poesie, che per titolo hanno la numerazione, tutte dedicate alla donna, una nella sua duplice veste e funzione d’amata e madre, come “rappresenta” la xilografia di copertina,

di Gabriella Rodia, sorella maggiore dell’autore che è Cosimo Rodia, studioso di “Letteratura giovanile” dell’Università del Salento, con, pur giovane, all’attivo molte pubblicazioni, da Dante a Manzoni, dal Meraviglioso alla Fiaba, dalla Lettura al Gioco, a Racconti del Sud.

Canzoniere raccoglie 92 poesie in 54 pagine, poesie brevi, dunque, epigrammi, come si addice alla lettura di sé e al linguaggio d’amore, la cui eloquenza sta negli sguardi e nella mimica del corpo.

I primi versi definiscono l’universo femminile: «Negli occhi socchiusi un oceano che sovrasta i deserti», da farli fiorire e quasi ogni poesia è anche un inno alla madre, poiché ogni donna è o sarà o vuol essere madre, che ha in sé tutti i geni del figlio, cioè è anche suo figlio, come il figlio è anche sua madre.

Rodia trascina, o accompagna, il lettore nell’universo femminile, nel quale attingere, rifornendolo, l’amore filiale che è anche materno e quello dell’amata.

Ed eccolo, Rodia, come un bimbo che ad ogni sorpresa d’istinto evoca la madre o, innamorato, affida al pettirosso e alla luna, e ad ogni volatile, il nome dell’amata, perché lo porti, in silenzio, «alle tue orecchie addormentate», e un bacio consolatore quando lei spande malinconia dalla finestra. La lontananza, infallibile termometro della febbre d’amore. Ed ecco un’immagine ardita dell’amore per come lo si vorrebbe: una “Penelope accogliente”, in fedele attesa, quand’anche l’errabondo marito si faccia tenere prigioniero da un’altra donna, il cui nome è Nascosta (Calipso). Per subito tornare figlio e innamorato, sempre spasimante: «accompagnami nei meandri umanizzati», «guidami nella dispersione umana», restami «dentro a riempire i (miei) vuoti».

Insieme con questi appelli, quasi gemiti, i versi di Rodia son anche visioni, ora mistiche ora oniriche: la donna d’amore che consola e rasserena, che, con la semplicità «semina raggi di grazia», perché i suoi son «silenzi che parlano».

Canzoniere chiude con un’onnipresenza della donna amata: i «riccioli sulla scrivania». Quale donna può entrare nello spazio più proprio di un uomo, la scrivania, dove si suole essere soli con se stessi, se non la donna: figlia, madre, amata?

I versi di Rodia consegnano al lettore anche immagini naturalistiche: la luna, il pettirosso, il fiume, occhi dissipati (da sguardi lussuriosi), nuovi orizzonti, «la stanza che profuma di te», il batacchio che sveglia desideri ed è «ninna nanna che soffia sui sogni».

E il lettore vede e sente i paesaggi d’anima e il loro palpitare, grazie ad uno stile essenziale: non una parola più del necessario, perché, appunto, l’amore non ha bisogno di parole, parla con gli occhi socchiusi perché è oceano che disseta i deserti.

Rodia ha solcato l’infinito femminile portandosi con l’amore di donna la sua bussola e il suo inesauribile viatico.

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