cop-scrittrici-di-infanziaScrittrici d’infanzia curato da Barbara De Serio, contiene contributi critici di sette studiose, che valorizzano, come dice Antonella Cagnolato in premessa, il binomio stretto: donna-infanzia, quale condizione per una riqualificata riflessione pedagogica, capace di porre fine, alla doppia emarginazione dello scrivere al femminile (Scrivere per la prima età è da inferiori e che lo faccia la donna discriminata, non può che gettare un velo su ciò che lei produce).

La curatrice del volume mostra, attraverso una figura chiave della storia della letteratura per l’infanzia di fine ‘800, Ida Baccini (1850-1911), come le donne abbiano trovato lentamente la strada dell’istruzione, vincendo l’emarginazione. Nella Baccini vi è l’aperta intenzione di operare una trasformazione socio-culturale, per allargare i diritti e le tutele del genere femminile. Per De Serio, la Baccini attua una rivoluzione di velluto, nel senso che riesce a mediare il bisogno di rinnovamento e la necessità di rimanere ancorata alla tradizione; una scrittrice che oscilla tra vecchio e nuovo: la sua evoluzione personale (sposa, divorziata, maestra, direttrice di “Cordelia”, scrittrice) è la rappresentazione plastica della moderata emancipazione femminile, del suo riconoscimento sociale, della riproposizione del suo ruolo di cura dei bambini, in quanto donna. Sicchè la studiosa dell’Università di Foggia analizza alcuni romanzi (Tra suocera e nuora, La fanciulla massaia, Storia di una donna) in cui Baccini manifesta la necessità dell’istruzione, senza travolgere l’istituto della famiglia o senza legittimare la libertà sfrenata e senza regole, perché a sua parere la donna emancipata è quella che dimostra di possedere doti, prima ritenute solo dell’uomo, come la tenacia, il coraggio, l’operosità, l’intelligenza. Il secondo saggio della De Serio è dedicato ad Anna Vertua Gentile (1845-1926), una giornalista, ispettrice scolastica, scrittrice, che ha saputo anch’ella conciliare vecchio e nuovo, istanze di progresso e riconoscimento dei diritti delle donne, ma anche il rispetto del suo ruolo tradizionale di madre, donna del focolare, moglie. Il femminismo moderato della Vertua Gentile riafferma la necessità dell’istruzione femminile, attraverso cui la donna si eleva culturalmente, come anche moralmente, pertanto non potrà non essere la migliore nel ruolo di moglie e di madre. Per queste ragioni Vertua Gentile è attenta al galateo, alle buone maniere, da trasmettere alle giovani della borghesia e a quelle delle classi popolari (Se nel Rinascimento il galateo era rivolto alle Corti, alla fine dell’800, con la società industriale, è rivolto anche ai figli del popolo). Vertua Gentile mette al centro la famiglia, «la prima basilare scuola per l’educazione morale del fanciullo», e nella famiglia la donna-madre, la mediatrice di una civile convivenza; allora, l’istruzione non può guastare i costumi, non cancella la modestia femminile, ma tempra l’animo al coraggio e nella missione che ha da svolgere con misura. Ecco, innovazione e tradizione. L’innovazione si trasforma in dote domestica nei ruoli di moglie e madre, contribuendo allo sviluppo sociale tout court, perché la donna esercita un potere positivo sulle azioni degli altri membri della famiglia. Così, sulla donna si regge il futuro della società. Una bella responsabilità!

Ilaria Filograsso richiama Madame de Genlis (1749-1830), tra le prime ad aver piegato il teatro per l’infanzia a fini educativi. Interessante il contributo di Gabriella Armenise sulla Contessa Lara, Cattèrmole Mancini (1849-1896), scrittrice e giornalista testimone più che di una narrativa per l’infanzia, di una scrittura di genere che inizia ad affermarsi dopo l’emarginazione secolare. La Milagro Martín Clavijo, invece, presenta in lingua spagnola un quadro della scrittrice italiana, Maria Messina (1887-1944), evidenziando come le novelle e i racconti fantastici siano scritti per un’infanzia pedagogicamente da guidare, grazie al binomio «donna-madre».

Caterina Del Vivo, invece, incornicia Laura Orvieto (1876-1953), che ha precorso il nuovo approccio al libro per ragazzi. Passando in rassegna le annotazioni riferite a libri da recensire sulla rivista “Il Marzocco”, o da inserire nelle «bibliotechine», Del Vivo cristallizza alcuni passaggi del pensiero di Orvieto; la scrittrice milanese è convinta che la maggiore diffusione di buoni libri innalzi il livello morale ed intellettuale degli uomini; si oppone a Croce nel considerare la letteratura per l’infanzia «arte minore» e ribadisce che il bambino «capisce e gusta» l’arte «pura», anzi se non è tale, egli se ne allontana; diffonde il valore della fiaba, dei miti, delle leggende nella crescita umana, perché attraverso essi il fanciullo trova il bene e il male presente nella vita e ne fa una prima conoscenza; considera educativi gli animali umanizzati nei libri per bambini; apprezza le belle illustrazioni che diventano strumenti per calamitare l’attenzione del piccolo; comprende come sia delicato scrivere per le fanciulle tra i dodici e i sedici anni. Della scrittrice milanese sono riportati degli articoli in cui si condannano i romanzi tristi e depressivi e principalmente storie che portano a un «mondo di rinuncia». Orvieto, allora, comprende che un libro per ragazzi deve suggerire una lotta, un lieto fine, un personaggio bello e vincente, anticipando di mezzo secolo la ricerca empirica di Rita D’Amelio svolta a Bari, circa gli a priori del romanzo per ragazzi. Dal saggio della Del Vivo emerge una scrittrice che conserva le preoccupazioni educatrice delle nuove generazioni, lasciando, però, l’intento morale ben nascosto al ragazzo, perché dovesse questi accorgersene «perde efficacia e il libro artisticamente non ci guadagna». Tante intuizioni che saranno convalidate nei decenni successivi.

Gabriella Seveso tratteggia i protagonisti di Astrid Lindgren (1907-2002), capaci di mettere in discussione gli stereotipi di genere; Pippi Calzelunghe, Karin, Ronja, Melina rovesciano gli abituali cliché narrativi che rappresentano le ragazzine come docili, sottomesse, educate. Dice la studiosa che la Lindgren capovolge lo stereotipo, consegnando alle bambine la possibilità di vivere diverse dimensioni dell’avventura, dando alle ragazze la possibilità, più che essere contrapposizione di modelli, di essere consapevoli delle proprie originalità.

Rossella Caso attraversa, dagli esordi, la crescita intellettuale di Giovanna Righini Ricci (1933-1993), che partendo da umile origine e imbevuta di valori tipici della società contadina, come si evince da Nel cavo della mano, si afferma come la grande scrittrice che introduce da pioniera i temi del rispetto dell’infanzia, della interculturalità e dell’ambientalismo. La Caso conclude il suo saggio ricollegando tanta eticità della scrittrice romagnola, al background culturale, a quel mondo contadina, cui rimane sempre eticamente legata.

Nel volume Scrittrici d’infanzia troviamo la convinzione, secondo la quale la diffusione della donna, dalla fine dell’800 ai nostri giorni, nel panorama della scrittura per l’infanzia, ha garantito alla letteratura una maggiore e più spiccata dimensione formativa, tanto che la letteratura è diventata strumento importante per affrontare questioni pedagogiche connesse ai processi di sviluppo del soggetto in formazione. Al netto del taglio specificamente di genere, Scrittrici d’infanzia è una bella testimonianza del contributo dato anche dalle donne nell’intuire e sperimentare percorsi che avrebbero fatto crescere la letteratura giovanile e avrebbero aperto orizzonti nuovi nel combattere stereotipi (Lindgren), nel riaffermare l’inevitabilità della formazione infantile (Orvieto), nell’anticipare temi interculturali (Righini Ricci).

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