25-aprileCaro Direttore, in questo giorno di festa mi permetta di discutere  attraverso il suo giornale di una provocazione necessaria (almeno per me) da porre a lei e a chi tra i suoi lettori  avesse voglia di partecipare al dibattito. Pennac nel suo libro Storia di un corpo scriveva così: “Quale che fosse il nome che gli davamo, spirito di rivolta,  patriottismo, odio verso l'occupante, desiderio di vendetta, gusto della lotta, ideale politico, fraternità, prospettiva della Liberazione,  qualunque cosa fosse ci manteneva in salute.

I nostri pensieri mettevano il corpo al servizio di un grande corpo di combattimento […] Nella lotta contro l'invasore mi è sembrato che la Resistenza, per quanto composita, formasse un corpo unico. Tornata la pace, il grande corpo ha restituito ciascuno di noi al suo mucchietto di cellule personali e quindi alle sue contraddizioni”.

Se  la pace si nutre di narcisismi ed egoismi ma è indubbiamente l'unica soluzione auspicabile e possibile per un futuro degno di questo nome, come facciamo a guardare  ad una Guerra dal fine giusto? Una guerra civile si fa con le armi quindi comporta morti, lutti atroci. I partigiani ci hanno salvato dal nazifascismo, certo che sì, ma ammazzando laddove ce ne fosse stato bisogno.

Se sparare  è per sua natura contrario all'etica, c'è un'etica che giustifica alcuni spari e altri no?

Non crede Direttore  che il romanticismo di sottofondo, che accompagna questa giornata, deve essere onestamente superato dopo settantanni anni  da un'analisi  oggettiva e  critica, affrontando quella che alcuni storici definiscono una sorta di “zona grigia” che ogni guerra porta con sé?

Non crede Direttore che sia ora di ricordare questa giornata revisionandola se occorre e analizzandola per quella che è stata, comunque una guerra con tutte le sue contraddizioni?

Coerentemente dirci che le guerre sono necessarie talvolta e accettarle, senza falsi moralismi pacifistici. E combatterle soprattutto, per vincerle se le riteniamo giuste.

Così quando leggo che la mia, la nostra  generazione ha perso il senso insito della Resistenza mi chiedo se sia un bene o un male, e non riesco a capire quale sia il suggerimento per una giusta commemorazione. Se è un bene significa che forse non abbiamo più nemici da combattere (lei ci crede?), se è un male significa che dobbiamo prepararci ad una guerra Giusta. Ma pur sempre Guerra. Come vede anche un tema come la resistenza ha tante letture ancora irrisolte.

Con affetto Paola Volante

 
Carissima Paola, mai come quest’anno avevo deciso di vivere il 25 aprile come una giornata di riflessione. Si, perché con tutto quello che ci accade attorno nulla è più lo stesso.  E ciò che mi ha fatto più riflettere è stata la risposta che mi hanno dato i miei figli (ormai grandicelli) alla mia domanda su quale fosse il significato della ricorrenza del 25 aprile. La loro risposta è stata tutta scolastica, ovvero “si ricorda la fine della 2° Guerra mondiale”, punto!

Nessun romanticismo, nessuna memoria, nessun riflessione su ciò che aveva rappresentato per milioni di italiani un “ventennio” e l’occupazione nazista. Ed è stata la loro risposta che mi ha fatto capire che il revisionismo ormai è entrato come un virus nei principali luoghi dove il “futuro cresce e si forma”, le scuole.

Detto ciò, per me e suppongo per molti, la Resistenza resta la rappresentazione di “libertà”, nel caso specifico dal nazifascismo, ma in generale da un oppressore.  Non sono certo i 70 anni che fanno perdere il valore di un giorno unico. Ecco perché penso che il 25 aprile dovrebbe rappresentare un valore per la nostra nazione, come il 4 luglio per gli statunitensi, il 15 agosto per gli indiani, il 6 dicembre per gli irlandesi e tanti altri.

Tu mi parli di “zone grigie”, certo ogni guerra le porta con se, strascichi di lutti e sofferenze.

La Resistenza è invece un’altra cosa; è un’azione forte, portata avanti da donne e uomini, per difendere un’idea, una patria, una vita, il proprio futuro. Non può essere sminuita e considerata una “guerra dell’altra parte”.

Ed in particolare sulla guerra voglio dire ciò che ho sempre pensato, prendendo in prestito una frase di Gino Strada: “io non sono un pacifista, sono contro le guerre”. Perché son convinto che le guerre non sono mai servite a liberare qualcuno o qualcosa, ma a conquistare. Solo la resistenza degli uomini può avere  lo scopo di difesa e l’obiettivo di liberazione.

Non credo sia vero che la Resistenza “ha tante letture ancora irrisolte”, sono gli uomini che vogliono a tutti costi dare diverse interpretazioni, anche se il significato può essere semplice ed immediato. “Giornata della Liberazione”

Anche per questo sono convinto che il 25 aprile dovrebbe rappresentare altro, forse qualcosa che resta soltanto nella mia testa. Praticamente un’Italia che non c’è o magari non c’è mai stata.

L’Unità di una Nazione!

Tommaso Moscara

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