20190606 101336Certo che, quando le nostre docenti di potenziamento artistico e di storia ci hanno informato che giovedì 6 giugno ci saremmo recati a visitare la Basilica di Santa Caterina d’Alessandria, il nostro primo pensiero è stato:… l’abbiamo disegnata e studiata,  non ci rimane che andare a visitarla.

Non eravamo di sicuro pronti ad ammirare tanta meraviglia, che ci ha fatto stare tutto il tempo con la testa rivolta verso l’alto ad osservare tutti quegli affreschi e a sorprenderci scoprendo il loro messaggio. A ben pensare, anche se molte volte eravamo passati di lì, mai ci eravamo soffermati ad ammirare la bellezza di questa Basilica di cui si fregia la città di Galatina.

Le strette stradine del centro storico ci hanno portato verso uno spazio che si apre all’improvviso, dominato dalla basilica.

L’esterno è in stile romanico pugliese, divisa orizzontalmente in due parti, il rosone a dodici raggi domina la parte superiore, il portale centrale è preceduto dal protiro, riccamente decorato, i leoni stilofori si presentano purtroppo corrosi dal tempo.  Nell’architrave centrale sono raffigurati i dodici apostoli e Gesù, posizionato al centro, domina con le sue maggiori proporzioni. Sul portale laterale sinistro è incisa la data del suo completamento: 1391.

Ma a farci rimanere a bocca aperta e senza fiato è stato lo spettacolo dell’interno: colori e figure degli affreschi avvolgono navate e ambulacri. Eravamo come immersi in un grande libro illustrato con i suoi racconti,  proprio come i fedeli del primo Quattrocento che potevano ammirare tutte quelle immagini, realizzate da artisti provenienti da varie città italiane.

Le quattro campate e le volte a crociera sviluppano precisi temi: l’Apocalisse, storie della Genesi, storie di Cristo, storie di Maria, Storia di Santa Caterina, mentre decorazioni geometriche rivestono i pilastri polistili che sorreggono le campate.

Ad attrarre la nostra attenzione sono stati alcuni affreschi: Eva che si fa tentare dal serpente, con la testa di donna ed Adamo che morde non una mela, ma i datteri; l’immagine del maligno: un drago  con sette teste, il falso profeta dalla cui bocca fuoriescono i rospi, la statua di Santa Caterina e gli affreschi sulla sua vita, i monumenti funebri di Raimondello Orsini del Balzo e del figlio Giovanni, i vari stemmi araldici che si trovano  fra i ritratti dei Santi e sigillano persino il rosone della chiesa.

Certo ad incuriosirci tanto è stata anche la storia della costruzione della Basilica di Santa Caterina. Sembrava un moderno testo di favole. Raimondello del Balzo, figlio di un gran signore, Nicola Orsini, divenne un valoroso cavaliere, secondo la leggenda, tornando da un viaggio, riuscì a portare dal Santuario di Santa Caterina in Egitto una reliquia: il dito della santa, custodita oggi nel Museo. Nel 1384 sposò Maria d’Enghien contessa di Lecce, di origine francese; con il matrimonio la signoria di Raimondello comprese gran parte del Salento: la contea di Soleto, la contea di Lecce ed il principato di Taranto. Decise di far costruire, in territorio di cultura greca, la Basilica di Santa Caterina: una chiesa latina, incoraggiato dal Papa di Roma e dedicata alla martire egizia, decapitata perché non aveva voluto rinnegare la sua fede. La basilica di Santa Caterina esprimeva, quindi, anche la potenza raggiunta da Raimondello.

Non fu però Raimondello il promotore degli affreschi della basilica, morì infatti nel 1406, nel periodo della guerra tra il principato di Taranto e il re di Napoli Ladislao I. Maria d’Enghien inizialmente resistette all’assedio di Taranto, ma decise di arrendersi e sposare il suo nemico: il re di Napoli.

Nel 1415, dopo la morte del re di Napoli, Maria tornò a Galatina e con il figlio Giovanni Antonio fece affrescare la chiesa di Santa Caterina, con un nuovo linguaggio pittorico: la prospettiva intuitiva, la rappresentazione dell’ambiente naturale, i gesti spontanei dei personaggi, l’attenzione per le espressioni dei volti…il nuovo linguaggio di Giotto.

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