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tecnologia diritto e educazioneIl progressivo sviluppo delle nuove tecnologie, dell’informatica e del largo utilizzo di Internet ha per certi versi cambiato le nostre vite in meglio fornendo servizi e supporti che ormai sono sotto gli occhi di tutti. Ma spesso, soprattutto di fronte ad innovazioni e sviluppi così importanti, c’è un prezzo da pagare poiché se da un lato questa ampia diffusione di tecnologia, in grado di connettere gli utenti in rete in ogni momento ed in ogni luogo del mondo, comporta indiscutibili vantaggi in merito alla semplificazione e rapidità nel reperimento e nello scambio di informazioni, dall’altro genera gravi pericoli connessi al loro indebito utilizzo.

Il legislatore si trova per questo a dover affrontare quotidianamente nuove fattispecie di reato necessarie a fronteggiare i così detti crimini informatici o ad aggiornare le modalità con cui contrastare figure di reato già esistenti, nel caso in cui le stesse vengano poste in essere mediante l’uso di mezzi informatici. Non sempre però il sistema giudiziario riesce a viaggiare alla stessa velocità con cui si sviluppano i reati informatici e garantire la c.d. “cyber-sicurezza” diventa sempre più difficile quanto necessario.

Nei meandri dei reati informatici, il legislatore negli ultimi anni ha concentrato prevalentemente la propria attenzione sull’aspetto della protezione dei dati personali e come è noto a partire dal 25 maggio 2018 è diventata direttamente applicabile in tutti gli Stati membri il Regolamento Ue 2016/679, noto come GDPR (General Data Protection Regulation)  relativo alla protezione delle persone fisiche riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali. In Italia, in materia di protezione dei dati personali, le tappe importanti sono state due: l’entrata in vigore della legge n.48/2008 relativa alla ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica fatta a Budapest il 23 Novembre 2001 e il decreto legislativo 10 agosto 2018 n. 101 con cui è stato recepito il regolamento Ue 2016/679 (GDPR) che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati).

Tra le fattispecie di reato informatico più comuni, e quindi anche più regolamentate, inerenti l’accesso e l’utilizzo illecito dei dati personali c’è l’accesso abusivo alle e-mail (art. 615 ter c.p.), la truffa (art. 640 c.p.) la ricettazione (art. 648 c.p.), il furto dell’identità generale (art. 494 c.p.), la diffamazione (art. 595 c.p.).

Però, se da un lato il legislatore si trova di fronte alla necessità di normare fattispecie di reato informatico per così dire “tipiche” o quanto meno più comuni e diffuse, dall’altro si scontra con l’insorgere di fattispecie nuove e quindi atipiche.

Su tutte, in materia di abusi sessuali perpetrati tramite strumenti informatici, il sempre più attuale “Revenge porn”, reato previsto nel nostro ordinamento dall’art. 612-ter c.p. introdotto dall’art.10 della lg.69/2019 che punisce “chi dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone

rappresentate [...]”.

Un reato nuovo, connesso al largo utilizzo di internet e degli strumenti che ne permettono la condivisione in rete e che pone, oltre ad un problema di natura giuridica, anche uno di natura etica: alcuni utenti utilizzano in maniera impropria le tecnologie, che di per sé non sono né buone né cattive, per riproporre e amplificare la portata di pregiudizi, abusi e discriminazioni già diffusi a livello sociale, con particolare riferimento alla violenza di genere.

La discriminazione e la violenza, non solo quella fisica, nei confronti delle donne è una delle piaghe peggiori della nostra società e ancora tanto c’è da fare in tema di sensibilizzazione, educazione e repressione di alcune condotte.

Questo scenario, assai complesso e articolato, difficile da trattare in un'unica soluzione, pone almeno due riflessioni, una di carattere giuridico ed una di carattere etico. Da un lato l’ordinamento giuridico si trova in costante ritardo rispetto a fattispecie di reato informatico nuove ed in continua evoluzione, generando dei vuoti normativi temporanei che riducono la tutela di alcuni diritti fondamentali.

Dall’altro assistiamo ad una evoluzione inarrestabile delle comunicazioni, delle connessioni e delle tecnologie smart che non possiamo etichettare come buone o cattive, dannose o benefiche, utili o inutili. È l’utilizzo che se ne fa delle stesse a dar loro un’accezione positiva piuttosto che negativa ed i reati informatici che si sviluppano giorno dopo giorno testimoniano come la radice del problema probabilmente sia di natura sociale e culturale.

La frode, la ricettazione, il bullismo e la violenza sulle donne sono piaghe sociali figlie di una scarsa educazione e di una scarsa sensibilità. In assenza di una forte presa di coscienza di tutto ciò e soprattutto in assenza di misure educative in grado di formare le coscienze delle nuove generazioni, il legislatore si troverà sempre in difficoltà nel tentativo di contrastare reati tipici e radicati che oggi però viaggiano attraverso strumenti più veloci degli stessi iter legislativi.

In sostanza, in tema di reati informatici, la legge cerca di porre dei correttivi che inevitabilmente risultano tardivi e che spesso hanno natura repressiva. Se però la nostra società volesse affrontare il problema alla radice allora oltre alle legislazioni in materia occorrerebbe lavorare, a tutti i livelli, sull’educazione e sulla sensibilizzazione.

Giada Carachino

Dott.ssa in Giurisprudenza – Praticante Avvocato